Questa è una storia che non va a finire bene.
Parla di superficialità, di cani affidati a famiglie senza attenzione alle loro caratteristiche, e di chi, pur di "smerciare" un animale, è disposto a raccontare qualunque cosa. Volontarie che descrivono ogni cane come perfetto per le famiglie, magari aggiungendo storie strappalacrime, senza preoccuparsi minimamente della compatibilità tra il cane e la famiglia. Non è "amore per gli animali", è irresponsabilità pura. Il risultato? Una famiglia messa in reale pericolo, un cane che finisce in canile, e una tragedia evitabile che lascia strascichi per tutti.
Ad aprile, una famiglia decide di adottare un cucciolo trovato nei boschi in Abruzzo. La decisione avviene a scatola chiusa, fidandosi della descrizione fornita da una volontaria. Come spesso accade, il cane viene presentato come ideale per le famiglie e facile da gestire. Purtroppo, questa pratica, comune tra molte volontarie, si rivela un vero e proprio inganno. Descrivono quasi sempre i cani come eccezionali, spesso aggiungendo storie strappalacrime, senza preoccuparsi se il cane sia realmente compatibile con la famiglia adottiva. Questo approccio irresponsabile non solo mette a rischio la sicurezza delle famiglie, ma alimenta anche il fenomeno del randagismo e un giro di soldi legato a rimborsi e spese.
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Alcuni consigli: 1) Se volete adottare un cane, rivolgetevi al canile più vicino, dove potete interagire direttamente con l'animale e capire se è compatibile con voi. Se potete, evitate di prendere cani a scatola chiusa, anche se la descrizione è bellissima e strappalacrime. E se potete, prima di adottare cani provenienti dal sud, provate ad andare al canile più vicino. Anche lì ci sono cani che hanno bisogno e potete andare a conoscerli per capire se sono adatti a voi. 2) Non aspettate che una situazione degeneri, ma ai primi dubbi di un comportamento errato, contattate un professionista. Se la famiglia fosse intervenuta tempestivamente, magari si sarebbe potuto risolvere il problema. Ma quando la paura del cane diventa un ostacolo e la situazione si protrae troppo a lungo, come in questo caso, le possibilità di recupero si riducono drasticamente. |
Ecco come si sono svolti i fatti.
Appena ambientato, il cucciolo – un mix di pastore del Caucaso – inizia a mostrare un caratterino niente male. Diventa possessivo con l'altro cane e la famiglia, per evitare guai, lo fa mangiare chiuso in bagno. Nonostante non avesse appetito, si piazzava di guardia al bagno e alla ciotola, ringhiando a chiunque si avvicinasse. Questo comportamento, anziché essere corretto, è stato accettato, seguendo i suggerimenti trovati sui social e di alcune volontarie che insistono con frasi come "basta tanto amore" o "cosa faresti tu se ti toccassero il cibo". Così, l'atteggiamento prepotente e l'aggressività del cane sono stati rinforzati, poiché sono stati assecondati. Quando il padre cerca di mettergli pressione, il cane risponde ringhiando. Passano i mesi, ma la situazione non migliora.
Anche qui si riflette un errore comune: interpretare il comportamento del cane come quello di un essere umano, credendo che possa migliorare da solo o "capire" le situazioni. Questi malintesi, sebbene diffusi, sono lontani dalla conoscenza etologica e possono aggravare la situazione.
A dicembre, il veterinario consiglia la castrazione per cercare di calmare il cane. Durante la sedazione, però, l'animale reagisce in modo aggressivo, dando un assaggio del suo temperamento. Una volta a casa, la tensione aumenta, e un giorno, infastidito dallo spostamento di un tavolino, il cane morde il capofamiglia. Questo episodio mette in luce un altro problema diffuso: affidarsi ai veterinari per questioni comportamentali. Molti di loro suggeriscono la castrazione come soluzione universale per l'aggressività, ignorando che non solo non risolve il problema, ma rischia anche di peggiorarlo. I veterinari dovrebbero concentrarsi sulla salute fisica degli animali, lasciando gli aspetti comportamentali agli specialisti.
Il 26 dicembre, dato che avevo valutato la situazione come critica, ho accettato di vedere la famiglia per una valutazione nonostante fosse un giorno speciale. Osservando il cane, noto subito il suo carattere: una tempra dura, scarsa docilità e, soprattutto, errori di gestione evidenti. Il cane, un po' destabilizzato inizialmente, sembra migliorare nei giorni successivi, fino al 31 dicembre. La sera del 1° gennaio, intorno alle 19:30, nell'orario in cui il cane avrebbe dovuto ricevere il cibo, mentre si stava preparando la ciotola, il cane morde di nuovo il capofamiglia. Questo episodio arriva dopo che la sorella della moglie, intervenuta la sera precedente con atteggiamenti da “so tutto io”, aveva destabilizzato ulteriormente la situazione. Convinta che basti l’amore e qualche frase fatta, come spesso si legge sui social, ha finito per rafforzare il comportamento del cane. Sarebbe stato meglio che avesse evitato di intervenire: se non hai conoscenze specifiche sui cani, limitati a fare il tuo mestiere, proprio come nessuno si permetterebbe di correggere un medico o un ingegnere senza competenze. Con grande sforzo, e dopo avere ricevuto alcuni morsi, l'uomo riesce a legare il cane alla porta di casa, ma la famiglia resta bloccata dentro: ogni tentativo di uscire viene accolto da ringhi e attacchi. Disperati, chiamano il 112, i carabinieri, e la polizia municipale, ma nessuno interviene. Solo verso mezzanotte arriva una veterinaria del servizio sanitario, che però vedendolo dal cancello stabilisce che il cane non è pericoloso dato che "scodinzola".
Il 2 gennaio, alla mattina la famiglia riceve una chiamata dal servizio veterinario che ribadisce: “Il cane non può essere allontanato”. Intanto, sono ancora bloccati in casa. Alle 8:30, mi ricontattano in cerca di aiuto. Mi metto subito in moto: chiamo una volontaria delle guardie zoofile, che mi indirizza a delle guardie zoofile di una località specifica. Questi sono interessati alla situazione e chiedono il numero della veterinaria, dato che sanno chi è.
Alle 10 mi presento a casa loro. Con qualche stratagemma e un po’ di fatica, riesco a spostare il cane dalla porta e a legarlo a un albero, liberando finalmente la famiglia che ora è libera di uscire. Alle 11:00, dopo svariate insistenze e forse grazie anche all'intercessione delle guardie zoofile, la famiglia viene richiamata dal servizio veterinario e viene fissato un appuntamento per allontanare il cane.
Il pomeriggio seguente, una persona che avrebbe dovuto essere un "professionista" arriva per prelevare il cane. Si presenta senza alcuna protezione, nonostante dalla descrizione fosse chiara una potenziale pericolosità dell'animale. Un comportamento inconcepibile, che ha messo a rischio la propria sicurezza e quella altrui. Come se non bastasse, questa persona si è permessa di colpevolizzare e giudicare una famiglia ancora sotto shock e profondamente afflitta per aver dovuto rinunciare al cane. Nessuna seria valutazione è stata fatta, né un approccio adeguato che tenesse conto della gravità della situazione. Questo episodio è l'ennesima dimostrazione di come, in tutta questa vicenda, tutti – inclusa la sorella della moglie – si siano preoccupati esclusivamente del cane, ignorando completamente il fatto che in quelle condizioni rappresentasse un pericolo reale per la famiglia ed i minori presenti. Una mia piccola nota polemica: la sorella alla proposta di tenere lei il cane (che a suo avviso era buonissimo) si è rifiutata di tenerlo, perché a suo dire aveva a casa la madre anziana ed il cane poteva essere un pericolo (però per una adolescente ed un minore di 10 anni invece andava bene...)
Questa vicenda è un esempio emblematico di come i consigli sbagliati possano portare a situazioni drammatiche. La famiglia non ha nessuna colpa se non quella di essersi affidata a suggerimenti comuni, privi di base scientifica. Credenze errate, come pensare che il cane ragioni come un umano o che possa migliorare senza interventi mirati, sono estremamente pericolose. Allo stesso modo, l'errore di rivolgersi al veterinario per problemi comportamentali si è rivelato controproducente. I veterinari dovrebbero concentrarsi sulla salute fisica degli animali, lasciando la gestione comportamentale a chi ha una formazione specifica.